La Santa Famiglia
ti sorrida dal Cielo e ti benedica!
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giovedì 24 marzo 2022

Servi di Dio Jozef e Wiktoria Ulma con i sei figli

Famiglia martirizzata
Era il 24 marzo 1944 quando nel villaggio di Markowa, presso Podkarpackie in Polonia, un’intera famiglia veniva sterminata. Quella mattina, la polizia tedesca irruppe nella loro abitazione e, dopo aver ucciso gli otto ebrei ospitati, passò ai padroni di casa e ai loro bambini: Stanisława, di 8 anni; Barbara, di 6; Władysław, di 5; Franciszek, di 4; Antoni, di 3; Maria, di un anno e mezzo. La coppia stava aspettando un settimo figlio.

Józef Ulma, classe 1900, abile frutticoltore e appassionato apicoltore, che coltivava anche interessi culturali ed era attivissimo nel circolo della Gioventù Cattolica. Divorava libri e coltiva anche l’hobby della fotografia. Grazie a quest’ultima sua passione oggi disponiamo di un’ottima documentazione fotografica della sua famiglia. Conobbe Wiktoria Niemczak (nata nel 1912), della quale si innamorò e che sposò nel 1935. Nacquero sei figli: Stanisława (detta Stasia), il 18 luglio 1936; Barbara (detta Basia), il 6 ottobre 1937; Władysław (detto Wladzio), nato il 5 dicembre 1938; Franciszek (detto Franuś), nato il 3 aprile 1940; Antoni (detto Antoś), nato il 6 giugno 1941; Maria (detta Marysia), nata il 16 settembre 1942. Quando ebbe inizio la sistematica deportazione verso i campi di concentramento degli ebrei presenti sul territorio polacco, riuscirono a salvarsi solo quelli che si fecero ospitare e nascondere dai vicini di casa. I coniugi Ulma in casa loro nascosero non una, ma ben otto persone, approfittando di abitare lontano dal centro abitato e quindi, almeno teoricamente, meno esposti alle perquisizioni. Si presume che a fare la spia possa essere stato il poliziotto di origine ucraina.  Włodzimierz Leś, che per lungo tempo aveva riscosso il “pizzo” da una delle famiglie ebree ospitate dai coniugi Ulma, al punto da riuscire in pochi mesi a succhiarne l’intera proprietà, salvo poi rivelarne ai superiori il nascondiglio, quando questa risultò nell’impossibilità di continuare a pagare.

Fu così che, la mattina del 24 marzo 1944, i nazisti circondarono la casa degli Ulma e riuscirono con facilità a catturare gli otto ebrei in essa ospitati, giustiziati tutti con un colpo alla nuca. Venne poi il turno dei padroni di casa, colpevoli di aver dato loro ospitalità: Józef e Wiktoria vennero crivellati di colpi sulla porta di casa, davanti ai loro bambini e a molti testimoni costretti ad assistere all’esecuzione e per i quali deve servire come monito. Il pianto disperato dei sei figli infastidì non poco i nazisti, che non esitarono a sterminarli tutti.

«Vi abbiamo tolto il fastidio di dover pensare a loro» dissero in tono beffardo agli atterriti compaesani, che in una manciata di minuti si erano visti sterminare sotto i loro occhi ben sedici persone; anzi, diciassette per l’esattezza, perché Wiktoria era al settimo mese della sua settima gravidanza.

Sepolti nel luogo dell’eccidio dai compaesani, costretti a scavare le fosse, dieci mesi dopo vennero esumati di nascosto ed a rischio di rappresaglie per dare loro più degna sepoltura nel cimitero parrocchiale di Markowa: in tale occasione si scoprì quindi che la creatura era quasi nata.


Józef Ulma e sua moglie Wiktoria Niemczak sono stati ribattezzati «i samaritani di Markowa», dal nome del loro villaggio, anche perché, nella Bibbia che fu trovata in casa loro, vi erano sottolineati in rosso proprio alcuni versetti della parabola del buon samaritano, nel Vangelo secondo Luca. 

https://europacristiana.com/gli-ulma-una-famiglia-di-martiri-della-carita/



lunedì 31 gennaio 2022

Servi di Dio Giovanni Yu Jung-Cheol e Lutgarda Yi Sun-I

Famiglia martirizzata

Due giovani coreani del XVIII-XIX secolo che si amarono in modo verginale e si accompagnarono sino al martirio. Giovanni, 19 anni, e Lutgarda, 16 anni, provenivano da due famiglie cristiane nobili e benestanti. Entrambi, dopo il battesimo, decisero di volersi consacrare al Signore, ma l’ambiente forgiato dalla tradizione confuciana non permette a giovani di famiglie ricche di non sposarsi e non avere figli. Così il primo sacerdote straniero (cinese), che li aveva cresciuti nella fede, d’accordo con i genitori, fece compiere loro il gesto di sposarsi, pur mantenendo il patto di vivere “come fratello e sorella”. Immaginabile il dileggio che li circondò, come pure il travaglio dei due nelle tentazioni, documentate anche dalle lettere rimaste di Lutgarda. Nel 1801 tutta la famiglia di Giovanni venne arrestata e condannata a morte. Il padre di Giovanni, Agostino, fra i primi convertiti coreani, venne squartato sulla pubblica piazza. Giovanni e Lutgarda, arrestati in momenti diversi, riuscirono ad inviarsi reciprocamente messaggi sostenendosi nelle sofferenze e nelle torture, nell’attesa di “vedersi in Paradiso”.


mercoledì 19 gennaio 2022

Santi Mario, Marta, Abaco e Audiface

Famiglia martirizzata

Il 19 Gennaio la Chiesa Cattolica celebra i Santi Mario, Marta, Abaco e Audiface, famiglia di martiri cristiani giustiziati a Roma.

La tradizione vuole che la coppia, di nobili natali, nel 270 fosse giunta a Roma dalla Persia insieme ai due figli (studi più recenti dimostrerebbero che i quattro non erano persiani, ma cristiani abitanti nella villa imperiale di Lorium lungo la via Cornelia), per venerare le reliquie dei martiri. Si trovarono però in mezzo alla persecuzione voluta da Diocleziano: sulla via Salaria aiutarono un prete romano a sepellire i corpi di 260 martiri, ma la loro opera non passò inosservata. Scoperti, furono arrestati e portati in tribunale. La famiglia si rifiutò di abiurare la fede cristiana e di sacrificare agli idoli,  per questo vennero condannati alla decapitazione e poi sepolti da una matrona romana, Felicita, in un possedimento agricolo chiamato "Buxus", oggi Boccea.

giovedì 22 novembre 2012

Santi Filemone ed Appia con il figlio Sant’Archippo di Colossi

Famiglia martirizzata

Filemone di Colosse in Frigia, fu discepolo di San Paolo e a lui l'Apostolo scrisse la più breve delle sue epistole. Era un facoltoso colossese, proprietario di fabbricati e schiavi e  fu convertito e battezzato proprio da Paolo insieme ai suoi. Filemone si distingueva per la sua generosità nel soccorrere e nell'ospitare « i santi » e la  comunità colossese si radunava nella sua « casa ». Appia, o meglio Affia o Apphia, fin dall'inizio della lettera, è posta da  San Paolo a fianco di Filemone «fratello diletto» e salutata come «sorella diletta» (questo aggettivo manca nella maggioranza dei codd. e nelle edizioni critiche, ma si ha nella Volgata, nella Peshitta e in parecchi codd. dal sec. VIII in poi). S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto, ed altri al loro seguito, hanno ritenuto, con buon fondamento, che essa fosse la moglie di Filemone. Apparteneva, comunque, certamente alla sua famiglia, come del resto Archippo, nominato per ultimo fra i tre destinatari della lettera i quali formavano un gruppo familiare assai caro a Paolo; Archippo doveva essere il figlio di Filemone ed Appia. La loro casa amica era a disposizione dell'Apostolo. I tre, insieme al loro schiavo convertito Onesimo,  sarebbero stati martirizzati insieme a Colosse.

Santi Cecilia e Valeriano

Famiglia martirizzata

Cecilia viene data in sposa a un pagano di nome Valeriano a cui lei stessa la notte dopo le nozze rivela che ella ha appena fatto, davanti a Cristo, voto di castità. Valeriano è invitato dalla sua sposa a purificarsi a una fonte di grazia in modo che così anche egli possa vedere il suo futuro angelo protettore. Il pagano va quindi sulla via Appia e, trovato il papa Urbano, si fa battezzare da cristiano. Quando torna dalla sua amata, la vede assistita da un angelo e a lui Valeriano chiede la conversione di suo fratello Tiburzio. Ma Turzio Almachio, il prefetto di Roma, fa uccidere i due fratelli che intanto hanno convertito tanta gente, fra cui il funzionario romano Massimo. Almachio fa uccidere pure questo, che Cecilia seppellisce in un sarcofago cristiano. Almachio, per appropriarsi dei beni di Valeriano, fa uccidere Cecilia gettandola in liquidi bollenti ma, visto che la santa ne esce sana e salva, il prefetto la fa decapitare. Il boia la colpisce tre volte senza ucciderla, e lei, nei tre giorni successivi, distribuisce tutti i suoi averi ai poveri e finalmente muore felice. Il papa Urbano, con l'aiuto dei suoi diaconi, seppellisce Cecilia dove si seppelliscono i martiri e i servitori della Chiesa.     

giovedì 25 ottobre 2012

Santi Crisanto e Daria

Famiglia martirizzata

Crisanto figlio di un certo Polemio, di origine alessandrina, venne a Roma per studiare filosofia al tempo dell’imperatore Numeriano (283-284), qui ebbe l’occasione di conoscere il presbitero Carpoforo, quindi si istruì nella religione cristiana e poi battezzare.
Il padre Polemio cercò in tutti i modi di farlo tornare al culto degli dei, si servì anche di alcune donne e specialmente della vestale Daria, dotta e bella donna.
Ma Crisanto riuscì a convertire Daria e di comune accordo, simulando il matrimonio, poterono essere lasciati liberi di predicare, convertendo molti altri romani al Cristianesimo.
Ma la cosa non passò inosservata, scoperti furono infine accusati al prefetto Celerino, il quale li affidò al tribuno Claudio, che in seguito ad alcuni prodigi operati da Crisanto, si convertì insieme alla moglie Ilaria, i due figli Giasone e Mauro, alcuni parenti ed amici e gli stessi settanta soldati della guarnigione, che aveva in custodia gli arrestati.
A questo punto intervenne direttamente l’imperatore Numeriano che condannò Claudio ad essere gettato in mare con una grossa pietra al collo, mentre i due figli e i settanta soldati vennero decapitati e poi sepolti sulla Via Salaria; dopo qualche giorno anche Ilaria mentre pregava sulla loro tomba morì.
Anche Crisanto e Daria dopo essere stati sottoposti ad estenuanti interrogatori, furono condotti sulla Via Salaria, gettati in una fossa e sepolti vivi sotto una gran quantità di terra e sassi.